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domenica 5 febbraio 2012

Atmosfere finlandesi in Sicilia

Si è aperta la mostra di di Anni Leppàlà a Milano



E' stata inaugurata il 2 febbraio presso Photology, "SheResembles", l'esposizione fotografica della giovane artista finlandese, esponente della Scuola di Helsinky. L'autrice è stata invitata a Noto per realizzare un progetto fotografico dove i decisi caratteri del paesaggio siciliano si incontrano con la profonda empatia nordica verso la natura. Ne risultano immagini caratterizzate da un forte senso onirico delle atmosfere e da un senso del tempo sospeso e "altro", nel quale emergono suggestioni a metà fra una ricerca interiore molto intima, propia di certi aspetti della natura femminile e ricerca sul disagio esistenziale. Osservando retrospettivamente l'opera di questa artista, il primo richiamo è con la fotografa americana Francesca Woodman, per via di visioni di interni domestici  e per una medesima sensibilità nel trattamento della luce, così come per la focalizzazione sulla identità del femminile, celato e quasi inafferrabile.
Buona visione, Vince

Anni Leppàlà, "SheResambles", presso Photology, Via Moscova 25. Fino al 5 aprile, da lunedì a venerdì, h. 11.00.19.00. Ingresso libero.
Per ulteriori approfondimenti

domenica 18 settembre 2011

Un dito medio per il mondo degli affari e della finanza?

Boeri propone un' altra questione alla città: L.O.V.E. di Cattelan



 L'assessore alla cultura Boeri ha annunciato dal suo sito di Facebook  e con un articolo su "la Repubblica" del 15 settembre l'imminenza della scadenza della permanenza dell'opera di Cattelan in Piazza Affari a Milano fissata, dalla precedente giunta, al 30 di questo mese. L'assessore lancia il dibattito su che fare della scultura e chiede un incontro con la cittadinanza in Piazza Affari, mercoledi prossimo alle h.18.00, per decidere se accettare l'offerta dell'artista che la lega la donazione della scultura alla città a condizione alla permanenza di L.O.V.E. all'attuale sito per cui l'opera è stata pensata. 
Le posizioni  dei cittadini sembrano dividersi tra i fautori di una permanenza in situ della scultura e fra coloro che vorrebbero invece il suo trasferimento in altro luogo. Il dibattito coinvolge sia il valore formale dell'opera come l'assunto simbolico alla base della realizzazione dell'opera.

 Personalmente, ritengo l'opera assolutamente valida, sia artisticamente e sia per i contenuti ideali che vi si riflettono. Mascherarsi dietro alla supposta volgarità del gesto raffigurato da L.O.V.E. per giustificarne il trasferimento mi ricorda gli struzzi quando nascondono la tasta sotto la sabbia. E' nella natura dell'arte rivolgersi al pubblico anche con mezzi polemici e di grande impatto emotivo. Vogliamo ricordarci che un opera d'arte è tale quando riesce ad esprimere coerentemente il contenuto con mezzi idonei?
L.O.V.E. si accorda perfettamente alla cromia della piazza attraverso il pregiato marmo di Carrara con il quale l'opera è stata realizzata, fondendosi armoniosamente con gli edifici che definiscono lo spazio della piazzza. Il grande basamento che sorregge l'opera, è studiato nelle proporzioni e nello stile per ricalcare e quindi relazionarsi alle severe zoccolature di base a sostegno dei fusti della facciata della Borsa. Esso contrasta con il voluto naturalismo della gigantesca mano con il dito medio innalzato verso l'alto. Cattelan ha voluto richiamare attraverso una serie di raffinati raccordi culturali, propiamente di natura italiana, l'irriverenza del gesto a quello del Potere, oppressivo e schiacciante della finanza dei tempi attuali, alla gigantesca mano di epoca tardo imperiale della statua di Costantino, del "colosso" di Barletta, sostituendone e capovolgendo l'intento di segnare una direzione, propia del colosso di Barletta, con quello di un dito accusatore e, per di più, irriverente. Queste osservazioni vorrebbero sgombrare il campo dalle accuse di scarsa artisticità dell'opera poichè, qui, non solo la forme ma il modo con i quali essi sono utilizzati, sottolineano nitidamente l'intento dell'artista: dar voce attraverso lo sberleffo ad una rabbia popolare contro gli speculatori e quei giochi finanziari che stanno conducendo diverse economie nazionali e le persone verso il baratro.

Sono anche altre le motivazioni che evidenzierebbero come la rinuncia a tale opera possa trasformarsi in un'importante occasione perduta per Milano. La città infatti sembra riportare la propia attenzione verso l'arte contemporanea, come attesta, non solo i progetti dell'assessore Boeri ma, in particolare, l'apertura in questi giorni, in via Zenale, dell'unica sede estera della prestigiosa Lisson Gallery di Greg Hilty, guidata a Milano da Hannete Hofmann con un calendario di diverse mostre di caratura internazionale. A ciò si deve aggiungere la nascita di un nuovo grande polo museale in Piazza della scala a registrare un nuovo dinamismo all'interno dell'ambiente d'arte milanese. 
Non sorprende allora che propio Milano, in questo momento, possa rappresentare un luogo particolarmente sensibile per recepire le drammatiche tensioni che la società occidentale sta registrando in questi anni, per lo meno in campo economico. Vale a dire che Piazza Affari è divenuta, in questo momento, un luogo dove Milano è stata in grado di reagire e ad elaborare con un prodotto artistico attualissimo alle domande di una società che sempre con più forza si sta ponendo domande sulle cause e conseguenze della crisi che stiamo vivendo. E L.O.V.E. rappresenta tutto questo, che lo vogliano o meno i banchieri e gli affaristi della Borsa milanese, contrari alla permanenza dell'opera nella piazza. Infatti, non bisogna dimenticare che propio la disputa intorno all'opportunità della collocazione dell'opera nell'attuale sito, ha portato i milanesi - e non solo - a convergere e a riscoprire questa piazza, sempre deserta e isolata rispetto al suo contesto ed anzi, da qui sembra ripartire un rinato interesse per l'arte contemporanea da parte della cittadinanza, chiudendo così il cerchio ed evidenziando quindi come il dibattito accesosi su L.OV.E. per merito della posizione assunta dall'artista stesso riguardo alla donazione alla città, non sia un fatto sterile e chiuso in se stesso ma rappresenti invece una interessante sfida per un nuovo sguardo verso l'esterno di una città chiusa in se stessa ormai da troppi anni.

Vince 

domenica 21 agosto 2011

...Ancora sul "Quarto Stato" del Museo del Novecento di Milano


...Quando i nodi vengono al pettine

http://www1.pictures.zimbio.com/gi/Letizia+Moratti+Museo+Del+Novecento+Press+p0fy9En7m0vl.jpg


La polemica avviata dall'assessore alla cultura di Milano Stefano Boeri sulle modalità della collocazione della grande opera di Pellizza da Volpedo cominciano a produrre le prime conseguenze. Le reazioni suscitate dalla proposta, riprese da una serie di articoli apparsi negli ultimi giorni sul quotidiano "la Repubblica", iniziano ad evidenziare questioni più sostanziali, quali un diverso modo di affrontare la cultura da parte della nuova giunta e gli errori nella programmazione culturale degli anni precedenti, fra tutti proprio quella del neonato Museo del Novecento.
Vi propongo allora due articoli apparsi su "la Repubblica", l'intervista a Philippe Daverio sulla "Repubblica" di ieri e un post da un Blog, nei quali vengono illustrati chiaramente quale siano le direttrici culturali che potrebbero aprirsi in seguito al confronto seguito alla proposta di Stefano Boeri. Ecco i Link
http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/08/19/capolavori-dimenticati-sono-altri.html

http://milano.repubblica.it/cronaca/2011/08/20/news/e_ancora_scontro_sul_quarto_stato_esposto_male_torni_in_comune-20642568/

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=search&currentArticle=13CPQ9

http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=87334
Buona lettura.

Vince   




                                  
                                                                                                                                                                                                                                      

venerdì 19 agosto 2011

Il "Quarto Stato" al Palazzo del Novecento?


Solo una polemica di Ferragosto?

http://www.pellizza.it/quarto~1.jpg

La questione dello spostamento della famosa opera di Pelizza da Volpedo nasce pochi giorni fa, con un post sul sito facebook dell'assessore alla cultura Stefano Boeri nel quale viene lanciata la proposta. A prima vista potrebbe sembrare una disputa  tipicamente estiva, come sembra leggersi da alcune dichiarazioni pubblicate da "la Repubblica" degli ex amministratori, per esempio De Corato e, fra le righe, nella più articolata dichiarazione dell'ex assessore alla cultura della giunta Albertini, Stefano Zecchi. In realtà l'idea dell'assessore alla cultura riflette questioni importanti sul rapporto fra il valore dell'arte e il modo con il quale esso è stato affrontato negli ultimi vent'anni dalla città di Milano. 
Ad uno sguardo distratto, il progetto di Boeri sembrerebbe ricordare il modo presuntuoso e arrogante con il quale la classe politica a volte afferma l'esclusività decisionale, anche sui beni della cittadinanza, come il trasloco di un'opera d'arte da un museo all'altro per volontà personale e non collettiva. Questo è il concetto che l'ex assessore alla cultura, Salvatore Carrubba, sembra sollevare in un intervista a"la Repubblica". In realtà se si approfondiscono le motivazioni della nuova proposta di Boeri, ci si può rendere conto dei fondamenti di tale iniziativa:" (Il Quarto Stato ndr.) ...In quella posizione, lungo la rampa di accesso, dietro una vetrata, con uno spazio troppo ridotto per poter percepire la potenza in movimento del dipinto, diventa un piccolo innocuo ornamento...", e poi, "E' stato trasformato in un diorama in vetrina. Non esiste che stia dietro a un vetro e sarà riposizionato in un luogo adatto, dedicato al quadro, aperto al pubblico e senza biglietto, com'era alla GAM (Galleria d'arte moderna di Milano, ndr.)". E', inoltre, la positiva risposta del sindaco di Milano ad evidenziare i caratteri di tale iniziativa: "E' un segnale molto importante perchè un'opera così significativa per la storia del nostro Paese deve essere esposta nella casa di tutti i milanesi. Ci impegniamo a fare in modo che il quadro possa essere collocato in una sala del Comune aperta ai cittadini...". Nelle dichiarazioni dei due esponenti politici, emerge la necessità di una nuova contestualizzazione dell'opera per correggere la fruizione dei valori formali e dall'altra per una questione simbolica, di valore espressivo dell'opera. Quest'ultima accezione è infatti stata colta dall'ex assessore Stefano Zecchi che intravede un senso ideologico dietro a tale proposta.
Ora, a parte la questione dell'onerosità dell'eventuale trasferimento nella Sala Alessi del Comune e di come si ponga il museo stesso vedendosi privato di una sua opera e come sostituirla, mi preme sottolineare altri aspetti. La prima, l'attuale collocazione del Quarto Stato, posto al termine della rampa di accesso del museo come simbolica accoglienza del visitatore, a preludio dei caratteri storici e artistici propri della collezione, è una scelta studiata da Italo Rota durante la ristrutturazione degli spazi dell'Arengario.                                                                              
http://www.goppion.com/news_pics/61.jpg    
E il museo nasce per comunicare tali sedimentazioni storiche della collezione al visitatore: il Quarto Stato è l'opera-manifesto che inaugura il museo in quanto rifletterebbe lo sviluppo del Novecento artistico milanese. Tale assunto è assolutamente opinabile (semmai potrebbe segnare la conclusione di certi valori formali propri del XIX secolo), come già è stato rilevato da altri. Il quadro, per via delle notevoli dimensioni, si presta perfettamente ad uso scenografico: lo spettatore ignaro, mentre è intento ad ammirare la bella rampa d'accesso sulla quale sta salendo, viene colto di sorpresa, vedendolo apparire improvvisamente alla sua sinistra. Il Quarto Stato emerge, inaspettato, dal buio nel quale è immerso e dove dei faretti a bassa illuminazione lo pongono alla nostra attenzione da dietro un'enorme teca di cristallo di oltre cinque metri di lunghezza. In tale contestualizzazione di sapore così scenografico, quasi cinematografico, l'opera però tende a perdere il rapporto con l'osservatore in quanto l'uso di tali effetti, come la penombra e la concentrazione luministica sulla sola opera e, non ultima l'enorme teca protettiva, allontanano il visitatore da quell'intimo rapporto che ognuno è solito creare con l'oggetto che ammira. La teca ci distanzia eccessivamente dal quadro, non permettendoci di osservare i minuti particolari, le asperità materiche della superficie, impedisce di girare liberamente davanti all'opera per via dello spazio ristretto, innalzando il Quarto Stato su di un altare virtuale e irraggiungibile, dove l'ammirazione, per forza di cosa, è data dell'effetto sorpresa al quale la nostra civiltà dell'immagine ci ha abituato, trascurando invece i caratteri scientifici alle quali una corretta esposizione in un museo dovrebbero di norma seguire.  
La seconda questione. Che valore assume un eventuale cambio di collocazione? Pisapia appare entusiasta della proposta. Bisogna ricordare infatti che il quadro venne acuistato dalla città con una sottoscrizione pubblica e che alla fine della guerra il sindaco di Milano Antonio Greppi la espose proprio in Palazzo Marino. Pelizza da Volpedo ha infatti richiamato quel mondo del lavoro (in questo caso agricolo) vittoriosamente in marcia, quegli ideali di fatica, onestà, sobrietà e democrazia al quale fa appello il senso di appartenenza ideale che lega l'elettorato del sindaco. Porre il Quarto Stato all'interno di Palazzo Marino significa allora dare il segno di appartenenza a quel mondo da parte dell'attuale giunta milanese propio nel momento in cui il Comune si trova in estrema difficoltà a causa dell'imminente manovra economica che promette di mettere una vera e propia ipoteca sui progetti di cambiamento nel rapporto con i cittadini e sulle innovative idee di rilancio della città attraverso le quali la nuova giunta avrebbe voluto caratterizzarsi e che ora si teme di non poter porre in essere.
A questo punto risulta evidente come la questione dello spostamento/non spostamento del Quarto Stato di Pelizza da Volpedo non rappresenti una semplice querelle estiva di politici perditempo quanto l'individuazione culturale e ideologica di un ulteriore campo di scontro politico fra le due forze di sinistra e destra della città. Tra una destra che vede nell'arte una forma di sola spettacolarizzazione, veicolo ideologico verso il futuro tecnologico della nuova Milano da bere nell'epoca della globalizzazione degli anni zero, annunciate dai grattacieli di Citylife o della Regione Lombardia con le loro inedite forme quale riflesso del nuovo slancio econonomico di una supposta nuova tecnocrazia milanese e lombarda. L'attuale collocazione del Quarto Stato nel Museo del Novecento va spiegata quindi all'interno di tale ottica, o cultura, sottostante dei committenti (la giunta Albertini). Il rilievo riservato a tale opera è l'ennesima cartina di tornasole dello strabismo culturale impostoci, dove il privilegio è tutto ottico e prodotto scenografico, come solo una città come Milano è in grado di confezionare, città della moda e quindi del trionfo dell'apparenza e del consumo immediato e superficiale. La genialità della soluzione offerta dal Museo del Novecento è quindi da inquadrare all'interno della cultura milanese che Rota ha ben saputo interpretare. Dunque siamo di fronte anche in questo caso ad una proposta ideologica che con la stessa violenza con la quale si vogliono affermare i nuovi grattacieli, a dispetto della città, dell'ambiente e della volontà dei suoi cittadini, analogamente si è proceduto a strappare alla Galleria d'Arte Moderna della città uno dei suoi quadri più belli per riproporlo, ben confezionato come un abito di Gucci, nel nuovo museo ma sradicato dal contesto delle collezioni lì ospitate. Alla GAM vi era tutta una rete di rimandi continui con l'epoca e le opere presenti, nel Museo del Novecento invece essa non ha rapporti, poichè le opere che accolgono il visitatore una volta superato l'accesso sono le opere futuriste o esempi dell'avanguardia internazionale coeva. Se si fosse trattato di richiamare un contrasto dovuto all'irruenza delle nuove soluzione offerte a distanza di pochi anni dall'Avanguardia a Milano si sarebbe potuto allora utilizzare una qualsiasi altra opera. Ma il nuovo museo aveva bisogno di un richiamo più spendibili in termini di effetto per la glorificazione della giunta promotrice, a poca distanza dall'Expo e si è quindi arrivati a tale soluzione. Ideologica appunto.
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E i risultati infatti evidenziano le contradditorietà insite in queste operazioni, si veda, come ricorda l'articolo de "la Repubblica" più sopra richiamato, il crollo di visitatori nell'arco di pochi mesi, vistosissimo, e certamente non ci si può appellare unicamente alla fine dell'effetto novità/gratuità. Nel museo ci sono evidenti aspetti di difficoltà, negli spazi angusti di diverse sale, nel percorso obbligato di buona parte dell'itinerario, nelle collezioni che, se pur storiche, arrivano a malapena a toccare gli anni Settanta con lacune e vuoti non colmati. Volente o nolente, le collezioni infatti riflettono la fine di una certa borghesia, colta e illuminata che fece grande Milano. Ora invece si è di fronte ad una borghesia che preferisce progettare un nuovo museo di arte contemporanea (MAC progetto Liberskind) - dagli enormi costi di gestione annuale - quando Milano è priva di collezioni storiche di arte contemporanea di valore sul propio territorio che possano esprimere il valore della borghesia attuale.
A questo punto, invece di spostare nuovamente il Quarto Stato, non sarebbe meglio lasciarlo dove si trova ora o, se propio si vuole intervenire dal lato di una correzione della fruizione, non è forse preferibile riportarlo nel suo alveo naturale, vale a dire nella GAM? Non penso che Palazzo Marino sia un luogo di facile accesso più di un museo come afferma Pisapia. La sala Salvini è già destinata a mostre e la sua rutilante decorazione mal si accorderebbe ad un quadro del genere.
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Forse, come già i tecnici del settore hanno già fatto notare (Alessandra Mottola Molfino, Philippe Daverio, solo per citarne alcuni) la questione Quarto Stato e MAC ci dovrebbe portare a riconsiderare il fatto che Milano, come del resto l'intera Italia, si basa su collezioni ospitate all'interno del cosidetto "sistema museale diffuso", vale a dire innumerevoli musei collocati estesamente su tutto il territorio e non concentrato in poche realtà come all'estero. Pensiamo solo ai musei del Castello Sforzesco, la Pinacoteca Ambrosiana, il Poldi Pezzoli, la Pinacoteca di Brera, ecc. e le realtà come la Fondazione Pomodoro, lo Spazio Forma e gli altri piccoli innumerevoli spazi dell'arte contemporanea presenti in città. Dunque, non sarebbe forse meglio ripensare ad una nuova gestione di tali spazi, secondo modalità più innovative, in linea con il nuovo spirito della giunta piuttosto che andare a imporre letture ideologiche, polarizzate e polarizzanti e quindi statiche e inerti come quella proposta da Boeri?

Vince   



venerdì 22 luglio 2011

Focus - di venerdì 22 luglio 2011

Mostra Materia prima. L'arte povera russa al PAC di Milano


In questi giorni, fino all'11 settembre, è' visibile al PAC di via Palestro un ampio gruppo di artisti russi  contemporanei riuniti per dare vita a questa mostra da Marat Guelman, ora direttrice del Museo di Perm che, nel periodo post sovietico li raccolse all'interno della propia galleria. Questi 23 artisti si caratterizzano per l'utilizzo di materiali estremamente semplici e naturali, in diversi casi riciclati e riutilizzati, a richiamare le materie prime e le grandi ricchezze naturali della propia terra russa, come petrolio, legno, carbone, ferro. L'interesse di questa mostra è dovuta alla curiosità di poter ammirare le novità artistiche contemporanee prodotte dalla cultura figurativa di una nazione prepontentemente affacciatasi al novero delle nuove potenze più ricche del pianeta. Inoltre, l'arte povera russa guarda alla corrente d'avanguardia sorta in Italia attraverso l'iniziativa critica di Celant e che annoverava tra le sue fila artisti come Merz o Kournelis e che a Milano annovera quelle gallerie e collezioni private che conservano molte di quelle opere che nella città trovarono un loro luogo di adozione. Diviene stimolante quindi confrontare propio a Milano questi artisti a quelli che li precedettero, così come osservare la differente sensibilità e quindi i risultati rispetto ad una produzione eseguita in un momento tanto diverso. Tanto più che le opere sono di notevole qualità, esse infatti provengono direttamente dall'analoga esposizione tenutasi al Petit Palais di Parigi e diretta poi al MOMA si New York. Seguono due interventi, l'uno di spiegazione della mostra, l'altro riguardante un punto di vista di un osservatore russo che mi sembrava interessante proporre per avere un diverso angolazione culturale.
Materia prima. Russkoe Bednoe, l'arte povera in Russia, fino all'11 settembre 2011 - Orari lun 14.30-19.30, mar-dom 9.30-19.30, gio 9.30-22.30

Attenzione! La mostra è anche per i bambini, dai 4 ai 7 anni! Bisogna prenotare online a www.comune.milano.it/pac, dove è prevista una narrazione di favole legata alle opere esposte
Vince


Un omaggio all’arte russa attraverso
116 opere di 23 artisti contemporanei.

Da venerdì 8 luglio a domenica 11 settembre 2011 il PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano ospita Materia prima. Russkoe Bednoe – “l’arte povera” in Russia, a cura di Marat Guelman. Promossa dal Comune di Milano – Settore Cultura, con il patrocinio del Governatorato della Regione di Perm’ (Federazione Russa), del Ministero della Cultura, delle Politiche Giovanili e della Comunicazione della Regione di Perm’ e dal Consolato della Federazione Russa a Milano, la mostra, organizzata dall’Associazione Italia Russia e dal Museo d’Arte Contemporanea di Perm’, rientra e apre a Milano il calendario di iniziative previste per il 2011 in occasione dell’Anno della Cultura e della Lingua Italiana in Russia e della Cultura e della Lingua Russa in Italia.

La mostra, ideata da Sergey Gordeev, membro del Consiglio Federale Russo per l’amministrazione di Perm’ da anni impegnato in ambiziosi progetti per lo sviluppo culturale e architettonico della Regione, rappresenta una delle più grandi esposizioni collettive di arte contemporanea russa dell’ultimo ventennio e ha già destato particolare interesse e apprezzamento a livello internazionale: è stata premiata nel corso della Terza Biennale d’Arte Contemporanea di Mosca (settembre 2009), mentre una selezione di opere è stata esposta al Grand Palais di Parigi a giugno 2010 e dopo il passaggio a Milano, sarà ospitata al PS1 del MoMA di New York.

Il curatore della mostra, Marat Guelman, personalità molto nota grazie al suo profondo impegno intellettuale e politico nella realizzazione di grandi progetti di respiro nazionale e internazionale in collaborazione con prestigiose istituzioni dedicate all’arte contemporanea come White Box (New York), Tretyakovskaya Gallery (Mosca), Biennale di Venezia, Centre Pompidou (Parigi), dal 2008 è direttore del Museo di Perm’, che riveste un ruolo fondamentale nello sviluppo culturale e scientifico non solo della Regione ma di tutta la Federazione Russa.

Materia prima. Russkoe Bednoe “l’arte povera” in Russia presenta grandi installazioni, sculture, lavori di videoarte, fotografia e pittura di 22 artisti contemporanei tra le figure più importanti della scena artistica russa di questi anni più un omaggio al fotografo Aleksandr Sljusarev.

Elemento fondamentale comune alla ricerca artistica di ciascuno è l’utilizzo delle risorse naturali della Russia: legno, carbone, ferro e petrolio come nel caso di Vladimir Anzelm e Dmitry Gutov ma anche la passione per i materiali poveri come il cartone, l’argilla, la gommapiuma che accomuna Koshlyakov e Brodsky, o ancora per gli oggetti recuperati/riciclati e restituiti ad una nuova vita nelle opere di Olga & Aleksandr Florenskye.

Materia Prima Russkoe Bednoe è un progetto unico che ci offre l'occasione di riflettere su un’arte autentica e soprattutto ci offre una nuova chiave di lettura dell’arte contemporanea russa.

Gli artisti in mostra, come afferma il curatore Marat Guelman, pur non essendo accomunati dall’adesione ad un manifesto, riscoprono tutti l’uso di materiali naturali e semplici che diventano arte tornando natura, rompendo così il confine tra artificiale e naturale; questo approccio rivela alcuni aspetti dell’arte contemporanea russa ponendo interrogativi che creano un dialogo con la storia dell’arte, la responsabilità sociale e il desiderio di trovare la bellezza nella semplicità delle cose.

Gli artisti che espongono sono:
Vladimir Anzelm, Petr Belyi, Aleksandr Brodsky, Blue Noses, Olga & Aleksandr Florensky, Dmitry Gutov, Anna Zhelud, Zhanna Kadyrova, Vladimir Kozin, Irina Korina, Aleksandr Kosolapov, Valery Koshlyakov, Mylo Group, Anatoly Osmolovsky, Nikolay Polissky, Resycle, Yury Shabelnikov, Sergey Shekhovcov, Leonid Sokov, Michail Pavlyukevich & Olga Subbotina, Sergey Teterin, Sergey Volkov

Parallelamente alla mostra, nello spazio café del PAC, verranno esposte venticinque opere fotografiche di Aleksandr Sljusarev (1944-2010), fotografo attivo soprattutto negli anni settanta che ha influenzato molti fotografi russi contemporanei. Sljusarev ha teorizzato e messo in pratica la fotografia analitica o metafisica, nella quale oggetti usuali, prosaici, svelano sensi e significati profondi, mentre la semplicità apparente è il risultato della sua vastissima conoscenza della cultura visiva.

Il progetto è inserito nel quadro delle manifestazioni espositive АРТ-территория Arte Territorio promosso in ambito culturale e finalizzato al richiamo di nuovi investimenti e al miglioramento della qualità della vita nella Regione di Perm.

La mostra è stata realizzata con il contributo di Moneta srl Impianti ed Engineering
e con il contributo di Mont Blanc, Art in Box, Westin Palace Hotel.

Con il patrocinio di:
Consolato della Federazione Russa a Milano
Ministero della Cultura, delle Politiche Giovanili e della Comunicazione della regione di Perm

La mostra sarà accompagnata da un libro-catalogo curato da Perm Museum of Contemporary Art “PERMM”

L’Associazione Italia Russia persegue la strada della promozione di progetti culturali e formativi al fine di favorire la crescente cooperazione culturale ed economica fra l’Italia e la Russia; l’Associazione fin dal 1946 è impegnata in questa direzione, attraverso una collaborazione assidua con enti pubblici e privati presenti sul territorio lombardo e russo.

Il Museo d’Arte Contemporanea di Perm’ è stato fondato nel 2008 grazie al sostegno di Oleg Chirkunov (Governatore della Regione) e di Sergey Gordeev (membro del Consiglio Federale Russo per l’Amministrazione del Governatorato di Perm’). La città rappresenta uno dei più importanti centri economici, industriali e amministrativi della Federazione Russa, anche grazie alla sua posizione privilegiata nella produzione e raffinazione del petrolio.
da www.teknemedia.net


Per quanto riguarda un punto di vista russo sulla mostra

Può un pittore essere moderno ed insieme “russo”?  
Legno, carbone, ferro, petrolio, cartone e  gommapiuma.  «Materia prima. Russkoe bednoe - L`arte povera». Questa e` la particolarita principale della mostra dell`arte contemporanea russa Russkoe bednoe che  non illustra una scuola o un manifesto artistico, ma mette a confronto gli artisti che hanno scelto tali materiali semplici della natura russa.  Nell’ambito dell’Anno della  cultura russa in Italia dal 8 luglio al 11 settembre 2011 il Padiglione d’Arte Contemporanea а Milano ospita la mostra  promossa dal Comune di Milano con il patrocinio del Governatorato della Regione di Perm (Federazione Russa) e dal Consolato  Russo a Milano.  
Dell’evento culturale ci ha parlato il suo curator Marat Ghelman. Al microfono la nostra corrispondente Niva Mirakian.
Corrispondente: Milano e’ stata la terza città, dopo Mosca e Parigi, ad ospitare la mostra Russkoe bednoe. Dopo Milano e’ previsto il passaggio al MoMA di New York. Abbiamo parlato con il curatore della mostra Marat Ghelman - personalità molto nota grazie al suo attivo impegno nella realizzazione di grandi progetti del respiro nazionale e internazionale. Abbiamo chiesto Marat Ghelmandi spiegarci la ragione per cui Milano e’ stata scelta tra tutte le città italiane perlosvolgimento di questa mostra, che ha già avuto un feedback molto positivo nella stampa italiana.
Ghelman: Milano è una città le cui collezioni private vantano molte opere dei pittori dell’arte povera tra cui Janis Kunelis, Mario Merz – pittori che hanno lavorato con materiale povero e sono diventati noti in tutto il mondo. Ecco perché la mostra di Milano è particolarmente interessante, i visitatori confrontano l’arte povera italiana e l’arte povera russa. Per noi era un passo molto rischioso ma il più logico –quello di dimostrare la nostra arte povera nella patria dell’arte povera.  Non me l’aspettavo ma i critici hanno accolto con grande entusiasmo la nostra mostra. Sono già apparsi lunghi articoli al riguardo sul “Corriere della Sera” e “La Repubblica”.
Corrispondente: La rassegna presenta 116 lavori di 23 artisti contemporanei tra i piu significativi della scena russa: grandi istallazioni, sculpture, lavori di videoarte, fotografia e pittura con un omaggio al fotografo Aleksandr Sljusarev. Ogni opera ha le sue origini, la sua storia, però tutte insieme ci offrono una nuova chiave di lettura dell’arte contemporanea russa, dice Marat Ghelman.
Ghelman: Conosco queste opere molto bene già da tempo. Il fatto è che la maggioranza di esse sono state create nell’ambito di altri progetti, tra cui quelli personali. Sono state messe tutte insieme. Qui ci sono dei pittori di incidenza fondamentale per la Russia d’oggi. Sono, in particolare, Alexandr Prodsky, Valera Koshliakov, Petia Belyj, Florensky, “Nasi blu”. Anche se ci alieniamo dalla concezione della mostra stessa e ci immergiamo in ogni singolo progetto, vediamo che è interessante a modo suo. Ma la mostra si distingue innanzitutto per il fatto che gli spettatori hanno la possibilità di individuare i “segni gentilizi dell’arte russa.
Corrispondente: Dottor Ghelman parla dell’obiettivo della mostra presentata  per la prima volta due anni e mezzo fa a Perm,  che secondo lui e’ statо  quello dirompere gli stereotipi verso l’arte contemporanea russa.
Ghelman: È stato un tentativo di chiarire cosa hanno in comune vari pittori russi, nonché il fatto che hanno dei segni comuni formali. In precedenza parlando dell’arte russa i critici internazionali dicevano: è molto intelligente, è molto concettuale, può essere ironica, ma nessuno parlava di cose formali. Risultava che in Russia c’era il seguente antagonismo: o l’arte russa e tradizionale o l’arte moderna che ha a che fare con il contesto internazionale ma è estranea all’arte russa. A questa mostra abbiamo dimostrato per la prima volta che il pittore può essere moderno ed insieme russo. La passione dei russi per i materiali naturali è molto tipica dell’arte russa d’oggi, anzi attualemente è diventata tendenza.
Corrispondente:Il titolo della mostra Materia Prima rimanda al movimento Arte Povera che in Russia e in Italia e’ nato e cresciuto per varie ragioni. Marat Ghelman annalizza le origini dell’arte povera italiana e quella russa.
Ghelman: Quandoil pittore rinuncia ai materiali ricchi, lo fa per determinati motivi. I pittori italiani rinunciavano ai materiali costosi in segno di protesta contro la nuova cultura patinata. I pittori russi  in numerosi casi cominciavano a lavorare con un materiale povero poiché non avevano altre possibilità in questo senso. Per esempio, Serghei Shekhovtsev usava la gommapiuma perché ha un aspetto di marmo. Probabilmente voleva fare le sue opere usando il marmo ma aveva la possibilità di usare solo la gommapiuma. Se i pittori italiani dell’arte povera tentavano di protestare contro l’estetica classica, i pittori russi, al contrario, la amano. È chiaro che un pittore che si trova in mezzo all’architettura classica, tenta di allontanarsi dalla stessa. Per noi, invece, con le nostre città sovietiche, il classicismo è  tutt’oggi attraente. I pittori russi, usando i materiali moderni, il linguaggio mdoerno, sono di gran lungo più “fautori” dell’Italia rispetto agli italiani stessi. Alla mostra sono presentati molti motivi italiani.
Corrispondente: I nostri paesi sono arrivati all’arte povera camminando lungo due strade diverse. Nonostante ciò il punto di partenza era uno: la ricca fantasia. E la ricca fantasia non ha bisogno di materiali sontuosi per realizzarsi, puo’ facilmente esprimersi tramite mezzi semplici, naturali e... poveri.


 



lunedì 18 luglio 2011

Focus - di lunedì 18 luglio 2011

Per riflettere sul corpo e l'identità: due mostre a confronto
Il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo e la Galleria Kaufmann di Milano ospitano due mostre per certi aspetti speculari in quato ci danno l'opportunità di portare il nostro sguardo - e quindi di riflettere - sul rapporto tra il nostro corpo e la sua dimensione interiore in due momenti differenti, rispettivamente, l'uno nella seconda metà del '900 e l'altro nei nostri anni. Inutile dire che tali esposizioni non fanno che ribadire l'importanza di tale tematica nell'attuale momento storico, caratterizzato da enormi cambiamenti, sia a livello ambientale, basti pensare ai problemi legati al global warning e alle cosidette tecnologie verdi, sia sul piano culturale, con l'avvento di Internet e la conseguente globalizzazione che ci pongono in rapporto con il concetto di straniero e del nostro corpo con un ambiente sempre più tecnologizzato, già enfatizzato nelle arti visive attraverso la cultura cyberpunk.
Vince

Fotografia a Cinisello Balsamo



A Villa Ghirlanda è in svolgimento un'interessante mostra fotografica nella quale sono riuniti dodici scatti di grandi autori contemporanei, come Gabriele Basilico, David Bailey, Christian Vogt, i quali, fra gli anni sessanta e settanta hanno documentato con sguardi  e modalità differenti la percezione del corpo fisico e interiore, tema centrale nella cultura del tempo.
Il corpo come linguaggio - Museo di Fotografia Contemporanea - Villa Ghirlanda - Via Fovra 10 - Cinisello Balsamo. Ingresso liberi - Orari mer, gio, ven 15-19; sab, dom 11-19; lun, mar chiuso

Si veda la scheda di approfondimento sottostante

Tra anni Sessanta e Settanta il corpo diventa un tema assolutamente centrale nell’ambito della società, del costume, della comunicazione, dell’arte. Sono anni di grande cambiamento storico e culturale, gli anni della cultura hippie, del desiderio di pace e libertà, della liberazione sessuale, del movimento femminista, e poi della contestazione studentesca, delle lotte operaie, delle utopie per la costruzione di una nuova società nella quale la sfera del pubblico e quella del privato possano coerentemente coincidere. E’ il tempo dei grandi concerti di Woodstock e dell'Isola di Wight, del living theatre, del teatro di Grotowsky, dell'Odin Teatret. In arte, è la stagione degli happening di Fluxus, della Body Art, della performance, azioni artistiche per le quali la corporeità diventa il territorio privilegiato della ricerca dell'identità, sia sul piano esistenziale che sociale.

Anche nel campo della fotografia le ricerche sul corpo si intensificano, dando il via a una vasta produzione di immagini spesso inedite dal punto di vista linguistico. Il corpo, diventato vero e proprio linguaggio per gli artisti (secondo l’espressione utilizzata da Lea Vergine nel noto libro Body Art e storie simili. Il corpo come linguaggio), per la fotografia funziona da punto di partenza per la nascita di nuovi soluzioni espressive e narrative. La presa di coscienza sul corpo coincide spesso con la presa di coscienza sulle potenzialità della fotografia stessa.

La mostra propone al pubblico dodici artisti italiani e stranieri presenti nelle collezioni del Museo che utilizzano modalità diverse per indagare il tema della soggettività, della fisicità, degli immaginari del corpo sia femminile che maschile.

Günter Brus vive la fotografia come gesto finale che fissa il dramma del corpo coinvolto in azioni fortemente espressive; Maurizio Buscarino racconta e quasi disegna attraverso il mezzo fotografico le performance teatrali di Francisco Copello; Gabriele Basilico, a noi più conosciuto come fotografo di architettura e paesaggio, affronta, non senza ironia e senso del grottesco, il corpo abbronzato come oggetto plastico, quasi finto; Guido Guidi in alcune sue prime poco note ricerche presenta in modo semplice la nudità nell’immediatezza della quotidianità; David Bailey guarda ai tatuaggi non solo come scritture ma come veri e propri mondi che nascono sulla superficie del corpo; per Eugenio Carmi il corpo femminile diventa schermo sul quale proiettare le colorate forme astratte che stanno al centro della sua ricerca pittorica; surreale e onirica è invece la dimensione nella quale si muove Leslie Krims nelle sue piccole messe in scena cariche di stupore pop; Christian Vogt allestisce brevi storie intorno al corpo attraverso dittici e sequenze; Floris Neusüss realizza fotogrammi del corpo a dimensioni naturali, facendo coincidere performance e impressione fotografica; per Paolo Gioli il corpo è terreno di una profonda sperimentazione e di verifica delle caratteristiche materiche del materiale Polaroid; Carla Cerati applica lo sguardo di una donna alle forme del corpo femminile, in contrasto con una tradizione che vuole che la donna sia oggetto dello sguardo maschile; per Paola Mattioli il corpo è luogo ideale per dar vita alla forma dell’autoritratto, momento di coscienza di sé e insieme dell’uso dello strumento fotografico.

Le opere in mostra compongono un universo complesso, molto ricco dal punto di vista delle narrazioni e dei linguaggi. La fotografia si mette alla prova a più livelli, che toccano la dimensione teatrale, letteraria, psicologica, anche sociale, e che rivelano una volta di più quanto la ricerca fotografica tra anni Sessanta e Settanta si colleghi strettamente alle istanze vivacemente portate avanti dalle neoavanguardie, prima fra tutte la Body Art.

"Il Museo di Fotografia Contemporanea prosegue con il programma di valorizzazione delle collezioni presentando una nuova mostra di opere tratte interamente dal proprio archivio -dichiara Daniela Gasparini, Presidente della Fondazione Museo di Fotografia Contemporanea e Sindaco di Cinisello Balsamo- Un patrimonio di inestimabile valore, composto da circa 1 milione e 800 mila immagini, raccolto grazie a donazioni, depositi, acquisizioni e committenze. Negli ultimi anni il Museo si è dedicato in modo particolare all'ideazione di percorsi espositivi che permettessero di rendere fruibili al grande pubblico le sue collezioni, nella convinzione che patrimonio pubblico significhi realmente patrimonio di tutti".
La scheda è a cura di Roberta Valtorta in www.undo.net




Il ritratto secondo Candice Breitz
 
Factum Kang, Candice Breitz
Un'altra interessante mostra è quella dell'artista sudafricana Candice Breitz alla Galleria Kaufmann/Repetto di Milano dove, attraverso un'installazione video di sette coppie di schermi e un trittico, vengono posti a confronto dei gemelli monozigoti per evidenziare attraverso il carattere fisico di identità le differenze insite in ognuna delle coppie (e del trittico). Differenze da cogliere nell'osservazioni di comportamenti, emozioni, ragionamenti che emergono attraverso interviste dell'artista, finalizzate a cogliere l'individualità dei personaggi e quindi a farci riflettere sul tema dell'identità e delle differenze.
Candice Breitz. Factum - Galleria Kaufmann/Repetto - Via di Porta Tenaglia 7 - Orari mar-ven 11-19.30, sab 14.30-19.30 - Ingresso libero - Fino al 29 luglio

Si veda la scheda di approfondimento sottostante
 Installation view, Candice Breitz - Factum 

Se un aspetto peculiare del concetto d’identità risiede nel suo effetto performativo, attraverso pratiche continue di rappresentazione, l'ultimo progetto che Candice Breitz  (Johannesburg 1972) propone per la mostra factum alla galleria Kaufamm/Repetto di Milano, può rappresentare a pieno titolo la concretizzazione dello scarto tra il corpo, e l'immagine che si da e si ha di se. In mostra l'artista presenta un’installazione video, composta da coppie di schermi installati al muro in cui lo spettatore può assistere a otto interviste doppie, dove i protagonisti sono tutti  gemelli eterozigoti. L'artista enfatizza l'effetto mimetico prodotto dall’affiancamento dei gemelli, vestendoli e inquadrandoli nella stessa maniera. Ad ogni singolo vengono poste diverse domande: dal rapporto con l'altro fratello, alle passioni e gli impegni della vita, dalle aspettative ai ricordi. I video pur essendo molto lunghi (ognuno infatti raccoglie circa cinquanta minuti di intervista), permettono allo spettatore di inserirsi in qualsiasi momento del racconto in maniera fluida: grazie al montaggio infatti  l'artista riesce a far emergere ad ogni singola domanda i comportamenti adottati dai protagonisti, svelando le diverse reazioni.
Esempi ed esperienze prese da tutto il mondo si alternano: dai racconti di Hanna e Lauri  Kang, che ci parlano della difficile crescita nelle restrizioni della religione coreana, alle gemelle Pauline e Mary che si affrontano a colpi d’intelIigenza e vanità, all'unica trilogia che vede protagoniste le  sorelle Tang immerse nel business della moda. Candice Breitz ci mostra in questo modo come fare della differenza qualcosa che apre uno spazio di soggettività intensiva, di aumento della consapevolezza e della percezione. Il suo è uno sguardo su una corporeità in divenire che va oltre i confini dell'io e che ci lega in una rete d’incontri dove le parti si contaminano e influenzano. Nella project room della galleria è esposto The Character (2011): un progetto che la Breitz ha concepito mostrando a un gruppo di bambini indiani, differenti produzioni cinematografiche Bollywodiane, entrambe che vedevano come protagonista un giovane eroe in difficoltà. Il risultato del lavoro è un video in cui l’artista fornisce le diverse reazioni dei bambini nei confronti delle pellicole.
La forza del lavoro si evince nella restituzione di comportamenti stereotipati che i bambini rintracciano nei diversi protagonisti dei film. Costruire un progetto educativo intorno a queste evidenze significa guidare a consapevolezza la domanda/affermazione chi sono io e, insieme, sostenere e incoraggiare un’attenzione a chi non siamo. Significa cioè fare dell’esperienza della differenza e della relazione il nucleo di quei sentimenti di unicità di partecipazione capaci di salvarci dal rischio dell’uniformazione.

da exibart.com del 15 luglio 2011 




 

sabato 16 luglio 2011

Focus - di sabato 16 luglio 2011

Pier Paolo Pasolini alla Triennale



La mostra illustra i settantotto scatti in b/n eseguiti da un giovanissimo Dino Pedriali, al quale Pasolini affidò il compito di illustrare alcuni momenti della sua attività creativa, durante la stesura degli scritti che avrebbero dovuto far parte del romanzo  "Petrolio ". Lo scrittore viene raffigurato nei momenti più intimi, attraverso istantanee sul lavoro o ritratti nei quali emerge la solitudine dell'artista, ritiratosi nei pressi di Viterbo per la stesura del romanzo ma dove emerge anche quella intelettuale, sottolineata da una certa asprezza degli scatti riguardanti i suoi ritratti. Questi avrebbero dovuto, nelle intenzioni di Pasolini, accompagnare la presentazione della nuova opera, mai conclusa per il sopravvenire dell'improvvisa morte entro pochi giorni. Tali scatti, acquisiscono allora un ulteriore valore di estrema testimonianza, non solo cronachistica ma anche come emblema pregnante di quegli ultimi momenti di vita di uno scrittore che così emerge nel pieno del suo status di scrittore civile, impegnato nello sguardo critico su di un Italia in fase di forte mutamento culturale com'era l'Italia della metà degli anni settanta del secolo scorso. Qui di seguito si allega un approfondimento critico su tale aspetto.
Vince 


Sono settantotto scatti, opera di un allora venticinquenne Dino Pedriali. Ritraggono un Pierpaolo Pasolini inconsapevole di star trascorrendo le ultime settimane della sua vita. In qualche modo c'è anche questa specie di fascino morboso nell'interesse che inevitabilmente si avverte percorrendo gli spazi della Triennale di Milano che sino al prossimo 28 agosto ospiteranno la mostra dedicata al compianto artista di origine friulana, un reportage fotografico che svela un Pasolini sconosciuto, penetrando nella sua quotidianità, raccogliendone abitudini e punti oscuri, inquietudini e ritmi.
Pier Paolo Pasolini stava lavorando a Petrolio, un romanzo-inchiesta, rimasto incompiuto, che partendo dalle vicende petrolifere italiane legate all'Eni ed ad Enrico Mattei esplorava in maniera completa l'esagerato universo pasoliniano, addentrandosi fra i meandri di un linguaggio controverso, estremo nella forma, duro, necessario alla costruzione di un impianto narrativo talmente complesso che lo stesso Pasolini, in un lettera dell'epoca indirizzata ad Alberto Moravia, non esitava a definire“un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però: basti sapere che è una specie di "summa" di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie.“ Leggendo queste parole è forse possibile intendere il rapporto che Pier Paolo Pasolini aveva sviluppato nei confronti dell'opera che stava realizzando, una relazione ben più profonda di quella che solitamente un'artista è portato ad alimentare nei confronti della propria creazione, un lavoro nel quale lo scrittore voleva entrare integralmente, non soltanto con le parole dettate dalla sua mente, ma anche con il corpo.
Per questo fu direttamente lui a chiedere a Dino Pedriali di realizzare quel servizio fotografico, quegli scatti che oggi è possibile rivedere e che raccontano Pasolini nella sua casa alla Torre di Chia, in provincia di Viterbo, nel rudere medievale, dal fascino pacifico e malinconico, in cui aveva deciso di ritirarsi per scrivere il romanzo. Il volto di Pasolini emerge in tutta la sua durezza, circondato da libri, da riviste, dai fogli, dalle penne, rapito nell'atto di scrivere sulla sua Olivetti Lettera 22, concentrato su un dipinto, su un disegno.
Le mani, il corpo, costituiscono un altro elemento centrale di questa retrospettiva. Alcuni scatti sono costruiti come se il fotografo li avesse rubati, appostato da qualche parte nella boscaglia, pronto a ritrarre Pasolini nella sua intimità più fragile, nella sua nudità, nei suoi atteggiamenti più privati.
Ne viene fuori un lavoro vivo e toccante, in cui l'immagine di Pasolini è colta nella tristezza di un panorama drammaticamente distante, nella sua fatale ed estrema solitudine.
 da MAURO MONDELLO per ARTITUDE


Seguono alcuni video: l'uno inerente al soggetto della mostra e al lavoro di Dino Pedriali